Editoriale. Presidente Musumeci la parola è parola: deve diventare bellissima!
Nov07

Editoriale. Presidente Musumeci la parola è parola: deve diventare bellissima!

Il neo Presidente della Regione siciliana Nello Musumeci è stato eletto all’interno di un composito schieramento di Centrodestra e all’interno di una lista facente capo direttamente a lui dal nome decisamente pieno di fulgida speranza”Diventerà bellissima”, per altro  slogan della sua campagna elettorale. Il riferimento è ovviamente alla Sicilia. I siciliani hanno creduto a questa fascinazione. Noi ci vogliamo credere e quindi diciamo al neo presidente, a cui ovviamente vanno i nostri auguri di buon lavoro: “Musumeci facci sognare. Falla diventare veramente bellissima questa Sicilia da molti ritenuta irredimibile”. E il lavoro certamente non mancherà a lui e a tutti i suoi collaboratori e alleati vista la situazione economica che tutti conosciamo che ci viene ulteriormente ricordata dai recenti dati pubblicati dall’ultimo rapporto Svimez e resi noti ieri a Roma. Mentre il Pil di alcune regioni del Sud cresce anche di più di quello del Nord il Pil della Sicilia nel 2016 è rimasto inchiodato a +0,3%. Per non parlare dell’occupazione i cui livelli in molte regioni italiane ed in alcune del Sud si sono pareggiati con la situazione pre-crisi, mentre in Sicilia gli occupati sono ancora a -8,3% rispetto all’inizio dell’ultima crisi. Il neo presidente della Regione dovrà disboscare, zappare, arare, potare e concimare lo sterile terreno dell’economia dell’isola per farlo diventare fertile. Ma tanto lui ce l’ha promesso. La farà diventare bellissima. E non passabile, accettabile, carina, piacente ma bellissima. Presidente Musumeci gli impegni sono impegni e Lei che è uomo di specchiata serietà questo impegno lo deve mantenere anche a costo di deludere qualche suo alleato che le tirerà la giacca per far diventare bellissimo solo il giardino di casa propria. Andrea...

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Mercato immobiliare a rischio shock con cessione crediti ipotecari delle banche
Mar27

Mercato immobiliare a rischio shock con cessione crediti ipotecari delle banche

Uno spettro si aggira sul mercato immobiliare e sui bilanci delle famiglie italiane per i prossimi anni. Questo spettro si chiama cessione dei crediti ipotecari non riscossi dalle banche ad istituzioni finanziarie italiane ed estere. A causa dei mutui non pagati, infatti, a brevissima scadenza potrebbero essere immessi sul mercato con la procedura dell’asta qualcosa come 450 mila case.  Già nel 2016 sono andati all’asta ben 270 mila immobili appartenenti a famiglie indebitate e pari a oltre un punto e mezzo di tutte le abitazioni di proprietà. Il fiato sul collo della Ue e della Bce nei confronti del sistema bancario italiano accusato, a ragione, di avere accumulato ingenti sofferenze, sta inducendo molti istituti di credito ad avviare corpose operazioni di pulizia di bilancio cedendo i cosiddetti NPL (No performing loans) a fondi chiusi e a istituzioni finanziarie varie ad un prezzo di cessione sicuramente molto basso rispetto al valore nominale del credito. E tra questi NPL figurano anche i crediti ipotecari legati ai mutui le cui rate risultano non pagate e quindi in sofferenza. Ma se la banca non attiva immediatamente la procedura del pignoramento e vendita del bene nella speranza di una risoluzione in bonis non fa e non farà la stessa cosa il fondo a cui è stato ceduto il credito. Quest’ultimo, infatti, visto il basso costo di acquisizione del credito, attorno al 20%, ha tutto l’interesse a portare subito a casa il risultato con il pignoramento e con la vendita all’asta dell’immobile. E anche se dalla vendita all’asta il ricavato sarà inferiore al valore dell’immobile, ad esempio l’80%, sarà tutto grasso che cola visto che il fondo o altra istituzione finanziaria potrà contare sul un margine di circa il 60% di guadagno lordo che, anche al netto delle spese legali, costituisce un ottimo bottino. Il risultato è e sarà disastroso per le famiglie e per il mercato immobiliare che proprio in questi ultimi tempi ha espresso qualche segnale di risveglio.  L’immissione massiccia di 450 mila case spegnerà sul nascere ogni segnale di risveglio. Per le famiglie oltre al danno la beffa. Espropriate delle proprie case esse non potranno più accedere al credito bancario perché ormai in lista nera per tutto il sistema bancario. Ed allora che fare? Semplice. Occorre tutelare le famiglie ed il risparmio nazionale che in buona parte trova investimento nelle case. Lo Stato se riconosce che l’unica strada percorribile per disinnescare la mina vagante della enorme mole di sofferenze bancarie, oltre 200 miliardi di euro, è quella della cessione dei crediti e tra questi anche di quelli ipotecari, dovrebbe, quanto meno per le prime case, attutire l’enorme impatto di questa operazione sulle...

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Autonomia siciliana? No grazie

Sull’autonomia della Regione siciliana si addensano pesanti nubi. La riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione all’esame del Parlamento è stata l’occasione per scoperchiare un verminaio. Al suo interno vi sono norme che mettono in un angolo lo Statuto autonomistico della Regione Sicilia. Apriti cielo!! Subito si è levato alto il grido di dolore della casta di Palazzo dei Normanni che grida all’attentato, che minaccia tuoni e fulmini, che promette battaglia. Si fa per dire, visto che al massimo da Palermo può partire una scombinata pattuglia di armigeri con le lance spuntate. Nessuna protesta si è invece levata dalla cosiddetta società civile. Nessun grido di dolore. Nessun allarme. Anzi al contrario, cominciano a balenare iniziative, come quella della Cisl, di cui riportiamo in cronaca, per la creazione di un movimento che punti all’abolizione dello Statuto autonomistico. Verrebbe da dire: chi semina vento raccoglie tempesta. E vento hanno seminato in questi lunghi decenni generazioni di politici arroganti, incompetenti e spesso corrotti che hanno fatto dell’autonomia uno strofinaccio per pulire la loro cristalleria di famiglia, uno strumento di arricchimento personale, una carta piegata al volere delle clientele e in qualche occasione anche degli interessi mafiosi. Tutto si è fatto, tranne sfruttare le enormi prerogative che avrebbero potuto dare alla Sicilia slancio e sviluppo economico. Le varie consorterie hanno usato lo statuto, ad esempio, per legare gli stipendi dei deputati regionali (guai a chiamarli consiglieri come nelle altre regioni) e finanche dei commessi agli stipendi stratosferici del Senato della Repubblica. E’ stato usato lo Statuto per deturpare il territorio, sfregiarlo, riempirlo di cemento sino pochi centimetri dalla battigia. sono state sperperate risorse nell’avventura imprenditoriale della Regione, nella formazione, nella creazione di sacche di precariato improduttivo. Ormai da troppo tempo nei colloqui privati con imprenditori che si scontrano giorno per giorno con le pastoie burocratiche del moloch chiamato Regione, spesso viene detto a chiare lettere che lo Statuto autonomistico è stato un freno e non una molla per lo sviluppo di questa isola. E noi condividiamo questa posizione. Perfino nell’utilizzo dei fondi della Unione europea la Sicilia ha dato il peggio di sé. A tal punto da far assumere ad alcuni economisti l’invito a commissariare la Regione per le sue inadempienze. Forse ora è arrivato il momento della resa dei conti. Il premier Renzi tra le altre pentole sta scoperchiando anche questa. Non saranno certamente i cittadini comuni, che dallo statuto non hanno visto nessun beneficio, a difendere cose che ormai non sono più difendibili. In questa terra ormai da molti chiamata irredimibile si è arrivati alla cancrena. E in questi casi non bisogna avere paura di misure forti. Se è...

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Geraci, continua la guerra delle acque minerali. E’ pensabile trovare una sintesi attorno a un tavolo regionale? Presidente Crocetta al lavoro!!

Continua la guerra tra Comune di Geraci e la società produttrice di Acqua Geraci. In una nota l’amministratore della società Giuseppe Spallina contesta la volontà del comune guidato dal sindaco Bartolo Vienna di opporsi alle istanze della società presso la Regione per la concessione di altre sorgenti di acqua minerale. Un braccio di ferro che dura ormai da anni e che ha avvitato il comune madonita in una ragnatela di carta bollata che non fa bene a nessuno. All’azienda produttrice di Acqua minerale viene impedita una naturale espansione e al Comune di cogliere tutte le opportunità di sviluppo legate alla valorizzazione delle sorgenti e del territorio in chiave turistica. Sulla scena, in concorrenza con l’azienda Acqua minerale Geraci, entrano due imprenditori del territorio ma che hanno ormai assunto notevoli dimensioni imprenditoriali: il tour operator Antonio Mangia e il gruppo Giaconia attivo nella grande distribuzione con diversi supermercati in portafoglio. Gente che il proprio mestiere lo sa fare. Ma in questa storia tutti i protagonisti sembrano avviluppani in una specie di eterno duello rusticano all’obra del castello dei Ventimigila. Una contesa strapaesana? Nemmeno per sogno! In questo braccio di ferro ci sono tutti i vizi della classe politica e imprenditoriale siciliana e molti dei perché che hanno impedito in Sicilia l’impianto di una sana iniziativa industriale. Le intercettazioni reciproche sono all’ordine del giorno e la carta bollata pure. Non dimentichiamo che siamo nel paese di don Lollò di pirandelliana memoria. Ma è mai possibile che una contesa che tiene in ostaggio la comunità di Geraci e il possibile sviluppo di una attività industriale e turistica per tutto il territorio madonità debba essere confinata sulle  montagne di Geraci? Come fa chi deve gestire la politica industriale e lo sviluppo economico di questa Sicilia a pensare che a Geraci si possa tranquillamente continuare a litigare mentre stormi di giovani alla ricerca di un lavoro passeggiano annoiati per le vie dei paesini di quel comprensorio? Se a Geraci non riescono a trovare un accordo, una sintesi politica e imprenditoriale che intervenga direttamente il presidente Crocetta aprendo un tavolo per la risoluzione definitiva della questione. E ciò non a beneficio di questa o di quella parte ma solo a garanzia dei posti di lavoro che un’attività imprenditoriale come Acqua Geraci ha finora creato e delle nuove iniziative di sviluppo che gli altri imprenditori vorranno avviare nel territorio. Andrea...

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Aziende confiscate alla mafia, necessario un monitoraggio e un celere intervento del legislatore

“Beni sottratti alle mafie e riforma dei mercati”, questo il tema di un convegno svoltosi venerdì scorso presso la sede di Confindustria Sicilia. Un convegno per addetti ai lavori? Per giudici, imprenditori , avvocati e commercialisti? Apparentemente si ma la realtà è di gran lunga diversa. Il tema, una piccola palla di neve degli anni scorsi, è ormai diventata una valanga. Il patrimonio sequestrato e confiscato alle mafie è rilevantissimo. Stupisce come sia ancora confinato nel dibattito per addetti ai lavori e non irrompa prepotentemente nel dibattito politico. Stupisce ancora di più come su questo settore non vi siano ancora dati certi su cui ragionare, non vi sia uniformità di comportamenti tra i diversi tribunali. Qualche dato. In Italia ammonta a svariati miliardi il patrimonio immobiliare ormai rientrato nella disponibilità irrevocabile dello Stato e che lo Stato assegna ad enti e associazioni senza fini di lucro. Ma vi sono anche ben 1400 aziende confiscate che impiegano un numero elevatissimo di lavoratori. Si tratta di una delle prime realtà produttive del Bel Paese. Per esse si fa una stima molto approssimativa oscillante tra i 40 e gli 80 miliardi di fatturato. di queste 1400 aziende la maggior parte, ben 500, si trovano in Sicilia. Anche in questo caso solo stime approssimative sul fatturato complessivo e sul numero di dipendenti. Ogni tribunale con le sue sezioni di Misure di Prevenzione possiede i dati della propria giurisdizione ma non è dato conoscere i dati complessivi a livello regionale. Di queste 500 aziende la stima del numero dei dipendenti è di diverse migliaia di unità. Solo 500 addetti sono ascrivibili a un solo gruppo della grande distribuzione. Ma non sarebbe il caso, sia a livello regionale che nazionale fare un monitoraggio preciso e puntuale di quello che  ormai è uno dei più importanti settori dell’economia italiana? Conoscere non è un punto di partenza per potere bene operare? Ed in questo settore di azioni da fare, viste anche le aspri critiche che ricadono spesso sulla gestione di queste aziende confiscate, ve ne sono molte. A partire dalla uniformità degli interventi dei vari tribunali a livello nazionale (di cui si è discusso nel corso del convegno di Confindustria) ma anche della managerialità da impegnare nella gestione delle aziende per farle continuare a vivere e mantenere saldi i tanti posti di lavoro. Tantissimi i nodi da sciogliere su cui il legislatore dovrebbe intervenire al più presto. Andrea...

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Lo Stato non abbandoni chi crea ricchezza e lavoro. Ai giovani occorre dare speranza

“Hanno vinto le cosche, lascio l’Italia”. E’ con questo grido lanciato dall’imprenditore antiracket agrigentino Ignazio Cutrò che arriva una pugnalata dritta al cuore di tutti i siciliani che vogliono sperare che è possibile continuare a vivere in questa terra e che è possibile continuare a fare impresa. Cutrò ha tentato di alzare la testa e difendere la sua dignità di imprenditore. Alla fine si è dovuto arrendere. Si è sentito lasciato solo; è stato lasciato solo. Alla fine non ce l’ha fatta. Un bruttissimo segnale che va in controtendenza con i grandi passi avanti fatti dal ceto imprenditoriale con le battaglie antimafia di Confindustria e altre associazioni imprenditoriali. Eppure noi sappiamo che il pessimismo di Cutrò non è senza fondamento. Il racket attanaglia ancora l’impresa e per molti giovani con voglia di intraprendere costituisce ancora un deterrente per la creazione di nuove attività imprenditoriale. Pochi giorni fa ho assistito a una conversazione tra un gruppo di giovani pronti ad aprire una piccola attività in franchising. Gente che pur di non stare con le mani in mano ha deciso di scommettere su una idea imprenditoriale raggranellando pochi soldi a livello familiare. Eppure la prima paura che ho percepito all’interno del gruppo è stata quella del pizzo: “E se poi vengono quelli la noi che facciamo?. Bell’interrogativo. Questi non sono più i ragazzi di 30-40 anni fa che considerano il pizzo un tassa ambientale da pagare assieme a tutte le altre. Questi sono i ragazzi cresciuti nella cultura dell’antimafia e per loro pagare il pizzo sarebbe, giustamente, un disonore. Ma per sfidare il racket spesso si entra in un tunnel che ti scompagina le fila della vita. E Cutrò ne è un esempio. Chi sceglie di fare l’imprenditore non necessariamente sceglie di fare l’eroe. Ma come si può parlare di sviluppo di questa Sicilia se ancora siamo di fronte a questo problema? Lo Stato, quello con la S maiuscola, non può lasciare soli quanti già creano ricchezza e quanti la vorrebbero creare. Ai giovani abbiamo il dovere di dare speranze e invece in questa Sicilia non c’è più spazio per il posto di lavoro ma neanche per l’impresa. Un bel vicolo cieco per un ragazzo di vent’anni che, invece, avrebbe voglia di spaccare il mondo. Ecco la valigia o la depressione. Allora il caso di un imprenditore che si è ribellato e che non si è sentito garantito dallo Stato fa solo venire un attacco di vomito. Andrea...

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