Sud: Confindustria-SRM “Continua la lenta risalita, puntare sulle imprese”


Bene investimenti dell’industria (+40%), ma è sempre emergenza lavoro
Sfruttare le risorse per la coesione per il rilancio delle infrastrutture
L’economia del Mezzogiorno prosegue nella sua lenta ma costante risalita che ha
caratterizzato gli ultimi due anni: i segnali positivi restano prevalenti, ma il ritmo con cui i
valori pre-crisi vengono recuperati è ancora contenuto, anzi si registra qualche rischio di
rallentamento. Cosi, il Check Up Mezzogiorno di luglio 2018, tradizionale studio curato da
Confindustria e SRM – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (Centro Studi del Gruppo
Intesa Sanpaolo) fotografa la situazione socio economica e produttiva delle regioni
meridionali.
Per il secondo anno consecutivo, tutti e cinque gli indicatori che compongono l’Indice
Sintetico dell’Economia meridionale elaborato da Confindustria e SRM (relativi a ricchezza
prodotta, livelli occupazionali, numero delle imprese, export e investimenti) sono positivi.
L’Indice registra un’accelerazione nel 2017 (+15 punti), ma rimane ancora di 40 punti al di
sotto del valore pre-crisi del 2007.
Il PIL 2017 conferma la previsione di una moderata crescita (+1,4%), che consente al
Mezzogiorno di tenere il passo con il resto del Paese: la fiducia si mantiene elevata, e le
previsioni per il 2018 (+1,1%) confermano tale tendenza, ma con un andamento
leggermente più contenuto.
I principali segnali di vitalità vengono dalle imprese il cui numero continua ad aumentare
(9.000 in più). Cresce il numero delle imprese in rete (sono ormai quasi 7.000) e quello
delle Start Up Innovative (oltre 2.100). Alle 190 mila imprese giovanili, iniziano ad
aggiungersi quelle finanziate da “Resto al Sud”, il nuovo strumento di promozione
d’impresa per i giovani meridionali con oltre 3.500 domande di incentivo presentate in
pochi mesi.
Resta moderatamente positivo anche l’andamento dell’export (+3,7% nel primo trimestre
2018), grazie ai settori mezzi di trasporto e agroalimentare, ma la sua crescita non è
sufficiente ad invertire il dato di una bilancia commerciale sfavorevole. Ciò nonostante, i
risultati, in termini di incremento del valore aggiunto, sono migliori per le aziende
meridionali rispetto a quelli del resto del Paese, in particolare nell’industria in senso stretto
(+4,4%).
Elementi positivi ma anche possibili criticità caratterizzano il credito: migliora l’affidabilità
creditizia e per la prima volta tornano a calare in maniera robusta le sofferenze, scese in
un anno di circa ¼. Calano in maniera altrettanto brusca anche gli impieghi, segno di una
tendenza strutturale alla selettività degli affidamenti ma anche di un’offerta di credito che,
a dieci anni dall’inizio della crisi, stenta a seguire la domanda, in particolare quella delle
imprese.
Segnali in chiaroscuro vengono dal lavoro. Rispetto ad un anno fa, si registrano circa 60
mila occupati in più, ma non sono omogeneamente distribuiti sul territorio meridionale: un
giovane meridionale su due non lavora, e oltre 1/3 di loro non lavora e non studia. I posti di
lavoro da recuperare rispetto ai livelli pre-crisi sono ancora 400 mila, e il disagio sociale
resta dunque elevato, così come l’incidenza della povertà (19,7%).
Minore ricchezza disponibile significa minori consumi, cosicché la spesa media mensile
delle famiglie meridionali è di 800 euro più bassa di quella delle famiglie del Nord:
sensibilmente più bassa è, in particolare, la spesa per trasporti, per la salute, per
spettacoli e cultura.
Ancora dal lato delle imprese, invece, gli investimenti in impianti e attrezzature tornano a
crescere (in particolare nell’industria, +40%), sostenuti da efficaci strumenti di
agevolazione come il credito d’imposta per gli investimenti Sud, che grazie a 2,2 miliardi di
incentivo ha promosso investimenti per 6,4 miliardi di euro, pur restando ben lontani dai
livelli pre-crisi.
Gli investimenti strumentali crescono anche nell’edilizia (+17,2%), che resta però il settore
dell’economia meridionale che più ha sofferto gli effetti della crisi, avendo perduto oltre 26
mila aziende, in particolare nella classe tra 10 e 49 addetti, nella quale una impresa su
due ha chiuso i battenti. Le imprese rimaste sul mercato sono più solide e profittevoli, ma i
segnali positivi restano molto deboli (nel 2016 il numero delle imprese cresce solo dello
0,4%). Lo scenario è penalizzato da una spesa pubblica per investimenti che resta ai
minimi degli ultimi anni (dai 22 miliardi di euro l’anno del 2009 ai 13 stimati per il 2016), sia
per problemi di finanza pubblica, sia per difficoltà amministrative e di capacità progettuale.
Ancora basso è, in particolare, il contributo della spesa della politica di coesione,
comunitaria e nazionale. Entro fine anno, la spesa dei fondi europei da certificare al Sud
ammonta a 3,4 miliardi, ma la spesa effettiva è ancora ferma a poco meno di 1 miliardo di
euro.
L’accelerazione dell’utilizzo delle risorse nazionali e comunitarie per la coesione è dunque
fondamentale per accompagnare i segnali di vitalità delle imprese, migliorando la
competitività delle regioni meridionali (tutte nella parte bassa della classifica europea).
Un robusto investimento infrastrutturale potrà infatti consentire non solo di ridurre i divari e
costruire occasioni di lavoro e di crescita, ma al tempo stesso, favorire la ripresa del
comparto delle costruzioni, l’ultimo ad agganciare la ripresa.
Per superare le difficoltà che ostacolano tale accelerazione, è necessario uno sforzo
straordinario per rafforzare le competenze della Pubblica Amministrazione del
Mezzogiorno, salvaguardando gli strumenti che hanno dato buona prova di sé, e ponendo
di nuovo la questione industriale al centro dell’azione economica per il Sud.
Indice sintetico* delle principali variabili economiche nel Mezzogiorno tra il 2007 ed il 2

 

Autore: Economia Sicilia

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