Catania: riciclaggio gasolio libico, accertata frode per 11 mln di euro

La Guardia di finanza di Catania, con l’inchiesta sul riciclaggio di gasolio libico, secondo quanto sottolineano gli inquirenti, “ha fatto emergere un sofisticato traffico illecito internazionale di carburante in grado di alterare la libera concorrenza di mercato, a danno di imprese, consumatori finali e degli Stati europei destinatari del prodotto petrolifero trafugato”. Il gasolio libico – trafugato dalla N.O.C. (National Oil Corporation), la compagnia petrolifera nazionale della Libia, riciclato e immesso, all’insaputa dei consumatori finali, anche presso distributori stradali – e’ un carburante con tenore di zolfo minore di 0,1% ed e’ destinato al “bunkeraggio” ossia al rifornimento, in ambito portuale, di carburanti o di combustibili ad unita’ navali. Il prodotto in questione, dopo miscelazioni presso uno dei depositi fiscali della Maxcom siti ad Augusta, Civitavecchia e Venezia, veniva immesso nel mercato italiano ed europeo (Francia e Spagna in particolare) ad un prezzo similare a quello dei prodotti ufficiali pur essendo la qualita’ inferiore. L’associazione criminale, smascherata dagli investigatori, avrebbe mirato ad acquisire la disponibilita’ di un flusso continuo di gasolio libico ad un prezzo ribassato rispetto alle quotazioni ufficiali (in alcuni casi anche fino al 60%) cosi’ garantendo alla societa’ italiana acquirente un margine di profitto costante e piu’ elevato. Gli ideatori del lucroso affare internazionale, al fine di ostacolare la ricostruzione dei passaggi materiali, documentali e finanziari sottesi al commercio di gasolio, avrebbero messo in piedi un variabile sistema di societa’, a piu’ livelli, poste fittiziamente tra venditori e acquirenti finali. La frode e’ stata attuata mediante il ricorso a falsa documentazione attestante inizialmente l’origine saudita del gasolio “libico” e poi, successivamente, la non veritiera cessione del carburante da una delle societa’ sussidiarie della N.O.C. (National Oil Corporation), la compagnia petrolifera nazionale della Libia.

La commercializzazione e l’esportazione dei prodotti derivati dal petrolio raffinati in Libia, sottolineano gli investigatori, e’ un’esclusiva della N.O.C. e ogni cessione che avvenga attraverso societa’ non autorizzate costituisce un illecito. Cosi’, in una fase successiva, in seguito ad una improvvisa attenzione mediatica sul fenomeno illecito, l’organizzazione ha mutato il sistema di frode: il prodotto non sarebbe stato piu’ accompagnato da certificati attestanti la falsa origine saudita ma da falsi certificati libici, realizzati attraverso la pratica corruttiva in quel Paese. Infatti, prima la pubblicazione, il 25 febbraio 2016, sul quotidiano online “corriere.it”, di un articolo dal titolo “Le Petroliere fantasma dalla Libia all’Italia – I traffici nel mediterraneo” che ricostruiva con precisione le rotte delle navi impiegate dal sodalizio criminale per il traffico illecito di prodotti petroliferi tra la Libia, Malta e l’Italia, e poi le risultanze di un Report del 9 marzo 2016 del Gruppo di esperti in Libia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, avrebbero letteralmente allarmato l’amministratore delegato della Maxcom Bunker spa, Marco Porta e alcuni suoi stretti collaboratori. Nel Report delle Nazioni Unite veniva evidenziata l’imponente dimensione del “contrabbando di benzina sia dentro che fuori dalla Libia, che conduce al mercato nero e che fornisce una fonte significativa di introiti per i gruppi armati locali e le reti criminali”, con specifico riferimento ai prodotti provenienti dalla raffineria di Zawiya e contrabbandati, secondo modalita’ perfettamente corrispondenti a quelle accertate nel corso delle investigazioni condotte dai Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Catania, dalla “rete gestita da Fahmi ben Khalifa (anche conosciuto come Fahmi Salim)”, il quale “controlla una milizia ed e’ azionista di una compagnia maltese, ADJ Trading Limited”, oltre a “presiedere il Consiglio di Amministrazione di una compagnia libica, Tiuboda Oil and Gas Service Limited”.

Gli investigatori hanno accertato che Ben Khalifa, controllando le acque antistanti i porti libici di Abu Kammash e Zwarah, avrebbe consentito a navi cisterna di rifornirsi del gasolio proveniente dalle raffinerie attraverso pescherecci appositamente modificati e altre navi cisterna di piccole dimensioni. Alcune di queste navi, giunte al largo di Malta, procedevano ad un ulteriore trasbordo su natanti nella disponibilita’ di societa’ maltesi, le quali si incaricavano poi di trasportarlo presso porti italiani per conto della societa’ Maxcom Bunker spa. Le imbarcazioni utilizzate per l’illecito trasporto, come e’ stato scoperto nel corso delle indagini, disattivavano il dispositivo di identificazione per celare la loro reale posizione. La Procura di Catania ha autorizzato l’utilizzo di dispositivi in grado di intercettare conversazioni tenutesi tramite l’impiego di apparati satellitari. In particolare, quale prima sperimentazione effettuata in Italia, i finanzieri del Gico del Nucleo di Catania hanno captato conversazioni tra telefoni satellitari operando a bordo dei mezzi aeronavali del Comando Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza e con il contributo tecnico fornito dallo Scico. Per quanto concerne la successiva distribuzione sul territorio nazionale del carburante importato dalla Libia dalla Maxcom Bunker spa, le Fiamme Gialle catanesi sono riuscite a tracciare, in alcuni casi, la destinazione finale del gasolio immesso in Sicilia e in Campania riuscendo, al contempo, a smascherare una distinta associazione a delinquere finalizzata alla sistematica evasione dell’IVA e alla vendita a distributori stradali “compiacenti” – ubicati a Catania e provincia – di gasolio “extra-rete” in frode a consumatori e compagnie di bandiera. Tale struttura illecita risulta composta da societa’ cartiere ubicate a Catania e nel siracusano nonche’ da depositi fiscali nel trapanese e depositi di stoccaggio nel catanese unite tra loro da apparenti rapporti commerciali attraverso l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

L’articolato sistema di frode ha comportato, secondo gli investigatori, un mancato incasso per il bilancio nazionale e quello comunitario di imposte Iva per un ammontare di oltre 11 milioni di euro. Tra gli indagati figurano gli amministratori di fatto delle societa’ coinvolte, gia’ recentemente finiti in simili inchieste dirette dalla Procura etnea e condotte dalle Fiamme Gialle di Catania, ai quali sara’ notificato un avviso di conclusione delle indagini. Inoltre, e’ stato accertato che parte del gasolio illecitamente trafugato dalla Libia, dalla Sicilia e’ stato destinato per la distribuzione anche a societa’ di stoccaggio campane. Il gasolio “libico”, dopo miscelazione, sarebbe giunto, in alcuni casi, anche presso i distributori stradali ad un costo assolutamente “proibitivo” per gli operatori del settore leali costretti a soccombere al cospetto di societa’ illecite che hanno messo a frutto l’evasione d’imposte e il minore onere d’acquisto della materia prima. (ITALPRESS).

Autore: Economia Sicilia

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