La mafia? Si serve anche a tavola

In questi giorni è scoppiata la corsa alle derrate alimentari per via del fermo dell’autotrasporto in Sicilia, il panico da ‘dispensa vuota ‘ha fatto correre i cittadini nei supermercati per svuotare scaffali e fare riserva di acqua, latte, pasta e surgelati. Chissà se gli stessi “attenti e assennati” cittadini/consumatori si chiedono cosa c’è dietro  a quello che comprano: se e dove la mafia ha messo lo zampino, magari proprio su quei prodotti alimentari che finiscono quotidianamente sulla nostra tavola. Un interrogativo a cui ha risposto Marco Rizzo, giornalista, che partendo dalle recenti condanne – come quella al “Re Mida”, Giuseppe Grigoli, prestanome di Messina Denaro e della grande distribuzione svela l’intreccio pericoloso che avvolge il Paese tra colletti bianchi, consigli di amministrazione e mercati del Nord Italia, uffici dei ministeri romani e boss locali dell’entroterra siciliano o campano. Tutto messo nero su bianco nel libro “Supermarket Mafia”, A tavola con Cosa Nostra (edito da Castelvecchi Editore) in cui si compie un viaggio sulla mafia a tavola; dal caporalato ai trasporti, dalle truffe con i finanziamenti europei al racket delle cassette per la frutta, passando al controllo dei supermercati da parte di Cosa Nostra. E’ lo stesso autore che spiega come “tutti noi finiamo con l’essere inconsapevolmente complici, di quello è diventato un sistema e che inficia la stessa economia; al mercato ortofrutticolo c’è il contadino di fiducia, direte voi. Eppure la mafia si insinua nel filone persino con la fabbricazione delle cassette di legno o nei trasporti”. 
“È dalla terra, dai latifondi siciliani nell’Ottocento, che è emerso il potere mafioso, è con mestieri come il “vaccaro” o il “campiere” che boss del calibro di Tano Badalamenti o Matteo Messina Denaro hanno cominciato la loro ascesa nel crimine. Ed è proprio dai terreni coltivati che inizia la filiera in cui la mafia prova a creare un nuovo e allo stesso tempo antico potere”, spiega Marco Rizzo. Lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, le minacce agli agricoltori, il racket nel mercato della frutta e della verdura fino al trasporto su ruota che porta il cibo nei supermercati: le mafie attingono da un settore cruciale e florido sin dalle fondamenta. Anche a tavola, dunque, ci può essere la mano longa della mafia, basti pensare, racconta Rizzo, “Il percorso dell’intera filiera agroalimentare che compie un prodotto per arrivare fino alla nostra tavola; non è difficile immaginare che  magari sia stato coltivato e raccolto da un immigrato clandestino, distribuito da un servizio di autotrasporto vicino alla camorra per arrivare fino agli scaffali del supermercato”. C’è di fatto  – e lo dicono le cronache e le inchieste giudiziarie – un insolito e inquietante accordo tra clan siciliani, camorra e ‘ndrangheta che dalla terra arriva nel carrello della spesa con buona pace dei consumatori, talvolta ignari. “
Le attività criminali nel settore agroalimentare – per citare il contenuto del libro – hanno un volume d’affari quantificabile in 12,5 miliardi di euro: 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite e 8,8 miliardi di euro da quelle illecite. Secondo Eurispes, dalle agro-mafie le organizzazioni criminali ricavano 220 miliardi di euro, ossia il 5,7% dei loro profitti, mentre il giro d’affari complessivo del comparto agroalimentare è stato per il 2009 di 154 miliardi”. Altro fattore inquietante riguarda i centri commerciali, dove spesso la mafia mette le mani dall’inizio (ovvero dalla posa della prima pietra del cantiere edile) alla fine, cioè quando si compiono le assunzioni del personale, è lì che interviene un meccanismo consolidato, di cui parlano anche i collaboratori di giustizia, in cui il posto di lavoro diventa merce di scambio e le assunzioni finiscono con l’essere pilotate e controllate; non è un caso che diversi accertamenti hanno rilevato la presenza di personale assunto vicino alle famiglie mafiose locali”. Del resto, a sentire le parole ritenute attendibili del pentito Nino Giuffrè, racconta Rizzo, “una catena di supermercati senza il sostegno o l’interesse diretto di Cosa Nostra non può nascere. Quando una persona pulita, sia come gestore di supermercati e sia come imprenditore qualsiasi, si muove, deve avere almeno in Sicilia una copertura alle spalle, e – aggiunge – , non è un caso che a Catania l’Ikea ci ha messo dieci anni a sbarcare”.  Sono molteplici i casi di infiltrazioni mafiose nella filiera dell’ortofrutta siciliana raccontati nelle 192 pagine di Supermarket Mafia, “fra cui quello dei meloni marsalesi la cui produzione e distribuzione è per l’80 per cento nelle mani della mafia, non solo la mafia detiene il controllo della produzione ma ha anche il potere di controllare le quantità distribuite e di bloccarle”.  
La congiuntura economica attuale e la crisi non fanno altro che incentivare gli affari nel settore dell’agroalimentare come ha ribadito anche il procuratore antimafia Grasso, la mafia può contare su una liquidità che gli da’ campo libero al contrario delle imprese che vivono sotto il controllo delle banche. 
E i consumatori che ruolo hanno in tutto questo? “A loro si può chiedere di essere attenti, di incentivare il consumo critico – dice Rizzo -. vedi la nascita dei Gas, gruppo di acquisto solidale, si tratta di realtà nuove e sempre più diffuse, in cui un gruppo di 20, 30 o 40 persone acquista all’ingrosso un certo quantitativo di prodotti dell’agroalimentare per poi dividerli all’interno del gruppo stesso, risparmiando e contribuendo al consumo di prodotti di sicura provenienza”. La risposta dunque sta proprio nelle iniziative di consumo critico, operate da realtà come Libera Terra, e da movimenti e cooperative sociali che producono su beni confiscati alle mafia e i cui prodotti oggi sono maggiormente presenti all’interno dei supermercati. A questo proposito molto di moda sono gli “Aperitivi Pizzofree”, presso bar, pub o caffè contenuti  nella lista pizzo-free “Pago chi non paga”, al fine di sostenere e far conoscere maggiormente gli esercizi che hanno aderito al comitato guida Addiopizzo.  
Stuzzicanti aperitivi  in cui si utilizzano prodotti recanti il marchio pizzofree, basati su accostamenti di formaggi biologici e ortaggi o combinazioni degli stessi ad appetitose conserve. Il tutto accompagnato da vino pizzofree o proveniente da terreni confiscati alla mafia. Quello del “Consumo critico” è uno strumento sposato da diversi locali siciliani per spingere un’economia virtuosa, libera dalle mafie attraverso l’impegno della lotta al racket delle estorsioni e all’illegalità. Ad oggi sono 691 i negozi e le imprese pizzo-free, 39 i produttori aderenti al marchio “prodotto pizzofree” e oltre 10 mila i consumatori che li sostengono con i loro acquisti.

Autore: Carmen Vella

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