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In via Don Blasco un progetto di riqualificazione del Comune metter gli imprenditori ko

A Messina artigiani sfrattati senza alternative

2 agosto 2011  Elisabetta Raffa

E’ una guerra che si gioca sul filo dell’assenza quella che gli imprenditori e gli artigiani di via Don Blasco a Messina stanno combattendo contro la Regione, il Comune e la Capitaneria di Porto. Nodo del contendere, la revoca delle concessioni a chi lavora su quelle aree spesso da oltre 80 anni. L’amministrazione di Palazzo Zanca punta alla riqualificazione della zona, una della più degradate della città. Gli operatori economici non si oppongono, ma chiedono un’area nella quale trasferirsi con i dipendenti. Il braccio di ferro va avanti dall’anno scorso, di recupero della via Don Blasco se ne discute da almeno 20 anni, ma a dispetto degli incontri con il sindaco Giuseppe Buzzanca e con gli assessori competenti, di aree da consegnare a imprenditori e artigiani non ce n’è nemmeno l’ombra. “Non ci opponiamo alla riqualificazione della zona -sostiene chi lavora in quella via- ma non tolleriamo né che ci si indichi tutti come abusivi perché non è così, la maggior parte di noi ha partita iva e i dipendenti in regola, né che a distanza di tanto tempo ancora non si sia provveduto ad individuare un’area nella quale farci trasferire”.

Ma il problema è anche un altro. Supportati dalla Confcommercio di Messina, artigiani e imprenditori hanno deciso di fare chiarezza sulla titolarità  delle aree. A fine giugno infatti l’associazione datoriale ha richiesto ufficialmente all’Agenzia Nazionale del Demanio Marittimo di Roma la conferma che l’area è statale e non regionale. Un’ipotesi non troppo peregrina. Non solo perché se si vanno a spulciare i codici di pagamento di chi versa i contributi si vede subito che le somme sono versate allo Stato e non alla regione, che invece rivendica la titolarità delle aree, ma anche per via di un vecchio documento dell’Intendenza di Finanza, che qualche sorpresa effettivamente la riserva. L’istanza per fare chiarezza sulla titolarità delle aree è stata inviata alla fine di giugno e si è in attesa di risposta.

Il documento riguarda i beni demaniali che nel 1977 sono passati dal demanio statale a quello regionale. L’elenco inizia nella zona tirrenica con la foce del fiume Pollina, prosegue con la spiaggia compresa tra questa e l’approdo di San Gregorio a Capo d’Orlando fino alla spiaggia di Patti Marina, per procedere poi fino al porto di Milazzo. Da qui (punto 4 dell’elenco) si escludono i fanali d’ingresso, che sono di competenza della Marina Militare, e dal molo di sottoflutto si hanno come limite “i 100 metri dal pontile numero 1 della Raffineria di Milazzo”. Si va avanti fino alla foce del Torrente Annunziata, compreso l’approdo di Torre Faro “ma escluso la zona delle località Mortelle e Timpazzi interessate dal gasdotto Algeria-Italia; restano del pari esclusi dal passaggio alla Regione Siciliana i tratti di mare territoriale interessati dalla posa delle tubazioni costituenti il gasdotto stesso”. Il punto 5 individua “la spiaggia compresa tra la foce del Torrente Zaera in Messina e l’approdo di Giardini” fino ad arrivare all’ultimo punto, la spiaggia di Stromboli con gli approdi di Scari e Ficogrande. 

C’è quindi una sorta di “vuoto” tra la foce del Torrente Annunziata del punto 4 e la foce del Torrente Zaera, dove inizia il viale Europa, del punto 5. L’area compresa tra la foce del Torrente Annunziata e quella del Torrente Portalegni,  parte bassa della via Tommaso Cannizzaro, è di competenza dell’Autorità Portuale, ecco perché allora non è difficile ipotizzare a ragion veduta che la via Don Blasco sia in realtà una porzione di demanio statale. Soprattutto, perché non è inserita nell’elenco indicato dalla legge 684 del 1977.

Se da Roma dovesse arrivare la conferma che questa tesi è valida Regione, Comune e Capitaneria di Porto dovrebbero allora spiegare come mai nei mesi scorsi, partita trionfalmente la riqualificazione della via Don Blasco, hanno demolito dei manufatti che in realtà sono beni dello Stato e quindi intoccabili fino a quando lo stesso non deciderà cosa farne.

Elisabetta Raffa

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