Agricoltura siciliana, in 5 anni 50 mila imprese in meno

Negli ultimi cinque anni  il tessuto produttivo dell’agricoltura siciliana ha perso oltre 50 mila imprese. Attualmente ne rimangono circa 210 mila, di cui 96 mila iscritte nei registri delle Camere di commercio siciliane: una realtà che, senza considerare l’indotto, ha assicurato, secondo i dati del 2009, 12 milioni di giornate lavorative a oltre 130 mila braccianti, ma che oggi subisce una riduzione di reddito che viene stimata intorno ai 700 e i 900 milioni di euro. A questi dati si aggiungono anche quelli dell’export, che indicano nel 2009 una flessione su base annua del 37% rispetto al 21% della media nazionale.

A Carmelo Gurrieri, presidente regionale della Cia (Confederazione Italiana Agricoltori), abbiamo chiesto quali soluzioni adottare per frenare questa tendenza. 

Sono ormai molte le aziende agricole che abbandonano i campi. Come intervenire in tempi brevi?

Anzitutto è indispensabile puntare sulla visibilità di questo stato di profonda sofferenza. Ciò è possibile solo creando un fronte unitario, superando una volta per tutte gli steccati d’appartenenza che finora dividono agricoltori e allevatori siciliani.

Quali sono in concreto i rimedi da adottare?

Presenteremo ai governi regionale e nazionale una articolata piattaforma di proposte, da attuare con politiche sia d’emergenza sia di medio termine. Chiediamo in particolare la dichiarazione dello stato di crisi del settore, in cui inserire interventi come la proroga delle cambiali agrarie, la sospensione del pagamento dei contributi previdenziali, nonché azioni finalizzate alla riduzione del costo del carburante agricolo. Per quanto riguarda la Sicilia, approviamo l’avvio da parte della regione del fondo di solidarietà creato attraverso la finanziaria, ma chiediamo che questo rimedio venga previsto non soltanto per indennizzare gli agricoltori dai danni provocati dalle avversità atmosferiche (come del resto prevede la normativa comunitaria) ma anche per quelli causati dalla crisi di mercato che sta facendo registrare forti cali del valore del prodotto, mentre i costi di produzione continuano a salire. Basti pensare che già alla fine di gennaio l’incremento medio di questi ultimi ha sfiorato il 3% rispetto al mese di dicembre, con i rincari più salati per i concimi (+12%) e i prodotti energetici (+4,4%).

Quali sono le altre misure che rivendicate?

Chiediamo altri interventi come la sospensione dei ruoli consortili per gli agricoltori dei consorzi di bonifica, azioni per favorire il processo di aggregazione nella nostra realtà produttiva e lanciare le produzioni siciliane nei mercati nazionali e internazionali mediante la creazione di un marchio Sicilia che indichi in maniera inequivocabile al consumatore l’origine del prodotto isolano.

Quel è il comparto agricolo che sta accusando di più la crisi?

Difficile identificarne uno più in crisi di altri: lo sono tutti. In quello cerealicolo, il prezzo del grano, che lo scorso ottobre oscillava tra i 16 e i 15 centesimi, livello già molto basso, adesso è sprofondato a 12 centesimi al chilo. Nel settore vinicolo, il prezzo delle uve, in continua discesa per tutto il 2009, è adesso fermo ai livelli di gennaio (con le Nero d’Avola a non oltre 25 centesimi al chilo e le uve internazionali a 30-35 centesimi/kg), mentre il prezzo dell’olio si mantiene sui bassi livelli dell’anno scorso. Soltanto l’ortofrutta ha fatto registrare un flebile incremento di prezzo nel periodo pasquale, ma, subito dopo, anche questi prodotti sono ritornati ai valori che li caratterizzano dall’anno scorso, i più bassi mai toccati.

Antonio Schembri

Autore: Antonio Schembri

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