New Banco di Sicilia, soffiano i venti di crisi problemi rimandati a data da destinarsi

Ubi maior Bds cessat: mancano meno di 20 giorni all’avvio della nuova fase del Banco di Sicilia, che dal primo novembre opererà a tutti gli effetti sotto il pieno controllo di UniCredit con la mission di azienda retail per la Regione. Ma la crisi internazionale che ha travolto il gruppo di Alessandro Profumo, oltre agli effetti più scontati e visibile, ha fatto passare in secondo piano i problemi legati all’assetto del Banco e al futuro dei dipendenti. Il restyling, infatti, preoccupa non poco le organizzazioni dei lavoratori. A conti fatti, l’organico del new Banco di Sicilia – come viene definito nel piano – viene ridotto di circa 1.200 addetti, di cui solo una parte beneficerà di scivoli e prepensionamenti. I timori maggiori sono legati al futuro del personale in eccesso nella divisione generale, che non avrà più l’attuale funzione e dove l’organico passerà da 970 a poco più di 200 persone. Gli esuberi, volenti o nolenti, saranno distaccati nei ‘poli’ delle sei società controllate da UniCredit e che gestiranno alcuni rami d’azienda (corporate, private, mutui e così via).
Per questi dipendenti e per quelli delle attuali aree territoriali le sigle sindacali, dalla Fabi che la Falcri,  dalla Fisac-Cgil, mentre la Fiba-Cisl, hanno espresso forti perplessità. Ma il loro grido d’allarme rimane inascoltato ed ora pure soffocato dai marosi finanziari. Si teme un “demansionamento” delle professionalità, si critica il mancato coinvolgimento dei dipendenti interessati nelle scelte adottate a Milano, e si contesta un eccessivo ridimensionamento numerico dell’organico che fa temere un collasso della rete. Lo scorso sei ottobre a Milano i dirigenti sindacali Bds hanno incontrato il management Unicredit. In via ufficiosa è stato ricordato che il gruppo è sotto scacco e non è tempo di ricriminazione sindacali. 
In sostanza i problemi del Banco sono stati accantonati e ai sindacalisti è stato chiesto di non fare rumore in nome della tranquilla ripresa in Borsa di Unicredit. Un altro tentativo di dialogo ci sarà sempre nel capoluogo lombardo il prossimo 27 ottobre. Ma le speranza di essere ascoltati sono blande. In questo contesto viene anche criticata la posizione assunta dalla Regione siciliana, che controlla lo 0,6% dell’azionariato di Piazza Cordusio. Se da un lato, infatti, Palazzo d’Orlèans (come la Fondazione Bds) non aveva altra scelta se non quella di sottoscrivere il piano di ricapitalizzazione (un esborso di circa 18 milioni a testa), dall’altro non si capisce perché non chieda conto e ragione del futuro dei dipendenti e degli sportelli siciliani. Richieste che oggi più che mai sarebbero sensate. C’è da considerare infatti che l’aumento di capitale da 6,6 miliardi di euro realizzato da Unicredit viene venduto come un’operazione di mercato ma a ben guardare si tratta, in realtà, di una nazionalizzazione anzi, meglio, di una localizzazione: a sostenere il piano di salvataggio saranno gli enti locali che controllano le Fondazioni (come nel caso della Cariverona e della Crt) o quelli, che come la Regione siciliana, hanno una partecipazione diretta. Questa è la ragione per cui le Fondazioni, in cambio dell’aiuto finanziario, hanno chiesto a gran voce di rivedere la governance per contare di più nella gestione della banca. Un semplice do ut des che alla luce degli ultimi eventi si rivela fondamentale.
La Regione siciliana  si sta invece limitando a lanciare il salvagente a Unicredit, lasciando annegare i dipendenti siciliani nel dubbio e nell’ansia. Senza fiatare e senza nulla chiedere, come se i soldi messi a disposizione non fossero risorse pubbliche. “Vogliamo puntare su Unicredit Group perché si tratta di una solida e affidabile struttura bancaria che garantisce un capillare rapporto con il nostro territorio, tramite gli sportelli del Banco di Sicilia”, ha  affermato  il governatore Raffaele Lombardo in sintonia con l’assessore al bilancio Michele Cimino. E non potevano dire altrimenti, se non aggiungere qualche richiesta di chiarimento e magari qualche ammorbidimento sulle posizioni assunte dal management in tema di dipendenti e di sportelli, che dagli oltre 500 passeranno a 420. Per ora. Non è escluso infatti, e la voce circola con insistenza a Milano,  che in un futuro non tanto lontano, piazza Cordusio per fare liquidità possa decidere la vendita di almeno la metà della filiali presenti in Sicilia. Il rischio è che oltre al danno si moltiplichino le beffe. Regione e Fondazione registrano, ad oggi, una minusvalenza sulla propria partecipazione di oltre il 50% rispetto alle quotazioni di un anno fa. Sono così andati in fumo centinaia di milioni di euro ma per mantenere immutate tali partecipazioni, i due azionisti devono pure mettere mano alla tasca per integrare l’aumento di capitale. Senza preoccuparsi che questo finanziamento giovi in qualche misura al futuro del Banco e dei siciliani.
–      14 ottobre 2008 –                               Antonella Sferrazza

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